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La mobilità urbana del futuro è “micro”: efficiente, accessibile ed economica

Inrix è un’azienda fondata nel 2004 con sedi nello Stato di Washington e nel Regno Unito, specializzata nell’analisi dei trasporti in particolare attraverso un software che incrocia (anonimamente) i dati di oltre 300 milioni di cellulari e dispositivi GPS in tutto il mondo, raccogliendo informazioni sulla velocità e il numero dei veicoli in circolazione. L’istituto, che cura anche l’annuale Global Traffic Scorecard, a settembre 2019 ha pubblicato il rapporto “Micromobility Potential in the US, UK and Germany” incentrato sulla micromobilità urbana (compresi e-bike, e-scooter e monopattini) con una classifica delle città in America, Regno Unito e Germania dove questi servizi presentano il maggior potenziale di successo, considerate le dovute variabili come il clima, la densità e la conformazione. L’analisi è stata condotta su oltre 50 milioni di spostamenti in auto effettuati a ottobre 2018. Queste forme di mobilità alternativa all’automobile e al trasporto pubblico, almeno nei viaggi su breve distanza, sono letteralmente “esplose” negli ultimi anni insieme alle più nuove tecnologie: un fenomeno che, se ben distribuito e gestito in modo efficace, sul mercato potrebbe valere tra i 200 e i 300 miliardi di dollari entro il 2030, oltre che apportare significativi benefici in termini di riduzione del traffico e delle emissioni inquinanti. I vantaggi dei servizi di micromobilità derivano, secondo quanto riportato nel documento, anche dalla loro maggiore efficienza in termini di energia e spazio – i parcheggi per scooter, biciclette e altri “piccoli” mezzi occupano una estensione più ridotta di quelli che invece occorrono alle macchine. I risultati più significativi emersi dallo studio, che possono costituire spunti di riflessione per la gestione e l’organizzazione a livello locale dei servizi di micromobilità, sono due: in primo luogo è stata rilevata, nelle città considerate, un’alta percentuale di spostamenti di breve distanza (entro i 5 km), soprattutto verso/da i principali mercati e centri commerciali di zona, che sarebbero comodamente percorribili anche con veicoli elettrici; inoltre, sono stati identificati alcuni quartieri dove i viaggi brevi ricorrono con maggior frequenza, e che quindi trarrebbero il massimo vantaggio da eventuali politiche di incentivo ai servizi di micromobilità, indipendentemente dalla densità, dalla posizione, dalle dimensioni e dalla “maturità” della rete cittadina di trasporto pubblico. Tra le 25 principali aree metropolitane statunitensi più congestionate, dove lo studio ha dimostrato che gli spostamenti entro i 5 km rappresentano il 48% del totale, al top della classifica delle città con il più alto potenziale di riuscita della micromobilità elettrica si attestano Honolulu (Hawaii), New Orleans (Louisiana) e Nashville (Tennessee); qui, infatti, il clima caldo/temperato e le variazioni topografiche non rilevanti sono fattori che possono favorire il ricorso ai microveicoli elettrici. Manchester, Birmingham e Glasgow sono invece le città del Regno Unito che presentano un profilo più adatto per la riuscita della micromobilità; rispetto alle metropoli americane, quelle britanniche registrano una percentuale più elevata di viaggi entro brevi distanze e livelli di densità abitativa più alti. In Germania, infine, dove sono stati osservati circa 25 milioni di viaggi con un’incidenza di quelli entro i 5 km del 58%, risultano in cima alla classifica Monaco, Amburgo e Berlino. In Italia, la sperimentazione sulla micromobilità in aree urbane ha preso il via lo scorso 4 giugno, quando il Mit ha firmato un decreto ministeriale dove vengono definite «le modalità di attuazione e gli strumenti operativi della sperimentazione della circolazione su strada di dispositivi per la mobilità personale a propulsione prevalentemente elettrica» (qui la notizia completa).